JPF Aqua Mirabilis

 

JPF – aqua mirabilis (mito e storia dell’Acqua di Colonia)
pagine 800 / rilegato con sovracoperta plastificata a colori

autore: Luigi Rossi

SCHEDA DELLA PUBBLICAZIONE

L’opera JPF – aqua mirabilis risalta, dopo una lettura avvincente, per la sua unicità. La rigorosità dell’unità storica, dei frammenti che la compongono, della sua durata (discontinua e frammentaria nel suo scorrere) è uno dei fondamenti di questo singolare lavoro, apparentemente indefinibile e che ci porta a riflettere sulla dinamicità della storia dell’emigrazione italiana.
L’emigrazione italiana ha un “pesante passato” dove s’interrano le radici dell’emigrazione dell’ultimo secolo. Un passato che ci costringe a meditare sulla realtà dell’immigrazione e di strutture, quali archivi e musei, documentazioni e studi, mancanti (nel territorio italiano) quasi del tutto.

L’autore s’è imbattuto in un personaggio particolare, diremmo in una folla di disperati scordati dalla storia e vaganti in un inferno di dimenticanza. Un personaggio nato a Santa Maria di Valle Vigezzo (oggi provincia di Verbania) ed emigrato, attorno al 1670, nell’area di cultura tedesca. Come tanti altri vigezzini, ossolani, valsesiani, comacini, astigiani…: bambini, donne, uomini… Spinti dalla fame, dalle epidemie, da una sovrappopolazione, dalle guerre: gerla sulle spalle, pronti al facchinaggio, ad accettare un lavoro in cantieri sparsi lungo il Reno, ad arruolarsi…
Giovanni Paolo Feminis o Johann Paul Feminis: di lui ne seguiamo l’apprendistato, il vagare in una Alemagna percorsa da eserciti d’ogni bandiera, l’assistere e partecipare a tragedie. Egli abbandonerà la Valle, ad un certo punto della sua vita, e non vi ritornerà più.
Attorno a questo personaggio si muovono centinaia di migranti riportati con nome e cognome: i Brentano, i Canaris, i Bolongaro, i Cantadore, i Borgnis… Fortunati e meno fortunati, bambini e donne, avventurieri ed ecclesiastici…, ritornati in vita grazie a documenti sottratti alla dimenticanza e vaganti per città che ci riappaiono tali e quali li vedeva un viaggiatore del tempo.
Visiteremo, oltre alla Colonia descritta da Antonio de Beatis, Worms, Magonza, Basilea, Sankt Goar, Amsterdam e Rotterdam, Francoforte, Düsseldorf ed Acquisgrana… Su battelli colmi di mercanzie il lettore risale e ridiscende il fiume Reno, il Meno, la Mosa…: arterie pulsanti di un’Europa antica, eppure (per diversi motivi) molto vicina a noi.

JPF: chi era? Partendo da questa domanda l’autore ha ricercato in archivi (privati e pubblici), raccolto una sterminata bibliografia sul tema, impegnandosi in un lavoro pluriennale (da collegare al suo impegno rivolto allo scandaglio delle “acque profonde” che avvolgono la storia dell’emigrazione italiana nell’area culturale tedesca.
Di Giovanni Paolo Feminis sono rimaste poche tracce, quasi che qualcuno si sia curato (dopo la morte del vigezzino) di cancellarle. Tutti i segni della sua fortuna e delle sue disgrazie sono contenuti nella terza parte, che l’autore definisce il “romanzo della città di Colonia”.
Le prime due parti ripercorrono un cammino di dolore comune ai più: l’apprendistato (documentato su avvenimenti rintracciabili grazie alla bibliografia di prima qualità), mentre la seconda è un affresco della Valle di Vigezzo del tempo e che termina con la decisione di JPF di non più calcare quei sentieri e pascoli. Eppure, la Valle e Santa Maria (come Crana, il cantone nel quale era nato) non spariranno dal suo cuore. Egli donerà gran parte delle ricchezze accumulate con la sua attività spedizioniera e commerciale per edificare la chiesa che ancora oggi si ammira, restaurare la cappella di Crana, costruire la scuola, il ricovero dei vecchi, pagare un maestro e retribuire parroci e cappellani della valle…
Una carità diretta anche ai poveri ed alla Chiesa di Colonia e Rheinberg, la cittadina della moglie, Anna Sofia… Una carità che è dimostrazione di una ricchezza e di una sapienza al di fuori del comune, forse paragonabile al tenore raggiunto, proprio in quegli anni, dai Brentano di Francoforte e, qualche decennio più tardi, dai Bolongaro di Höchst.
Eppure di JPF, già a metà del secolo XVIII, quasi s’è già perso la memoria e, sulla sua base economica, cresce la fortuna della famiglia Farina, del ramo di Giovanni Maria Farina II° che, ancora nell’anno della morte di JPF (il 1736) era inseguito dai creditori.
L’opera offre una sua risposta, fermandosi proprio in quell’anno ed offrendo al lettore un’appendice particolare: le memorie d’un bravone, ritrovate a Stresa.

Si tratta di un romanzo o di un’opera storica?

S’è sicuri, prima di tutto, della particolarità di quest’opera che ci riporta a quei libri ed a quelle carte che raccontano di uomini e donne, bambini e vecchi, di luoghi, di percorsi e monti, scorti nelle fatiche manzoniane e bacchelliane (senza disturbare quelle d’altri romanzieri che vanno per la maggiore nella storia della letteratura italiana). Addirittura sembrerà, al lettore, di precipitare nella ricchezza letteraria (d’informazioni, trame e riporti) tipica di maestro Umberto Eco.
L’autore la definisce “opera storica”, d’una storia che s’ammanta della forma romanzata per alcuni collegamenti, temporali e spaziali, e che possono offrire al lettore “il piacere d’una lettura a lungo inseguita”, un antico piacere soddisfatto da una storia del tutto particolare, con frange che sprofondano nell’alchimia, testimoniano d’una Provvidenza manzoniana in una Mittel-Europa pronta all’esplosione d’un magmatico barocco, nella sociologia e nella cultura di quelle Valli, piemontesi e lombarde, per lunghi periodi spopolate e che, ancora oggi, ci testimoniano d’una ricchezza (culturale e sociale) dovuta all’emigrazione, un fenomeno diretto allo sviluppo dei luoghi originari, alla salvaguardia di valori oggi quasi scomparsi, al rispetto di chi “emigrava” e di chi, nella Valle, ne manteneva il ricordo o ne gestiva i successi.

L’AUTORE
Luigi Rossi è nato a Rovigo e, nel 1976, si laureò a Firenze.
E’ emigrato in Germania nel 1978 trovando immediatamente accoglienza, come lettore, presso l’Università di Bochum. Egli vive, con la sua famiglia, in questa città.
Attualmente insegna italiano ed arte presso la Gesamtschule F. Steinhoff di Hagen dove cura il
“Progetto Italia” di quell’Istituzione, un progetto (per la Lingua e Cultura Italiana) unico nel suo genere.
Egli, da più di un decennio, s’interessa delle origini e degli sviluppi della storia dell’emigrazione italiana nell’area di cultura tedesca.

Tra le sue principali pubblicazioni:

Centocittà, Roma 1978
JBT, una sociobiografia, Linea AGS Ed., Staghella (PD) 1992
Manoscritto Ravelli, (a cura) Linea AGS Ed. 1992
La via del peltro, (it.- ted.), Novara 1993
La pagina & il piacere, Bochum 1994
Bella Forma, peltro e acciaio dal Piemonte, Hagen 1997
El cao del zhucàro (collaborazione per la parte linguistica), Linea AGS Ed., Staghella (PD) 1998

Inoltre ha curato la mostra “Dai peltrai italiani e latini ad Alessi, 1527-1900” tenutasi presso la Camera di Commercio di Hagen nell’aprile 1994
La stessa mostra è stata, nel 1997, ripresa dal Museo dell’Artigianato e dell’Industria di Hagen e da Istituzioni pubbliche e private piemontesi. Attualmente coordina il “Progetto Orme” patrocinato dal Ministero Esteri e Fondo Sociale Europeo.